Viti italiane, di Francesco Sgroi (C. Commons 2.0)
“Terra sitibonda, dove il sole si fa vino”
Scriveva così Dante Alighieri, alludendo alla Puglia. La coltivazione della vite nella regione è antichissima e viaggia indietro nel tempo ben oltre i contatti che le popolazioni locali ebbero con i Fenici. Secondo la leggenda l’Uva di Troia venne portata in Puglia da Diomede. Risalito il fiume Ofanto, l’eroe esule ancorò la nave con alcune pietre delle mura della città di Troia, che aveva portato con sé. Le stesse utilizzò come cippi di confine per delimitare il territorio dei campi Diomedei. Il principe greco aveva portato con sé quei tralci di vite, che piantati sull’Ofanto, diedero origine all’uva di Troia. Il vitigno attualmente è coltivato nella provincia tra Bari e Barletta e lungo tutto il litorale pugliese. Le uve concorrono con altre alla formazione di diverse Doc, tra cui il Cacc’emmitte di Lucera, il Rosso di Barletta, il Rosso di Canosa e il Rosso di Cerignola. In realtà la sperimentazione di alcune importanti aziende è indirizzata alla vinificazione da monovitigno e i nuovi metodi di vinificazione sono sfociati in un cambiamento del profilo del vino rispetto al passato, quando in degustazione la presenza tannica era troppo invadente.
Pomodori e cacioricotta, la merenda è servita
Vino per grandi occasioni e merende paradisiache
Il Nero di Troia è oggi un vino morbido, che lascia sprigionare aromi freschi di viola, frutta nera e allusioni all’anice stellato. Il colore nel bicchiere propone una tavolozza ispirata al rubino di profonda impenetrabilità. In bocca presenta in genere buona acidità e tannini vivi per nulla spigolosi, che possono regalare al vino una durata lunga. Ha trama fitta e speziata e la sua intensità ne fa vino da grandi occasioni, adatto a cibi ricchi di sapore, tipo arrosti, selvaggina e formaggi stagionati. Se il Nero di Troia è giovane, abbinatelo con gli insaccati tipici del Subappennino foggiano oppure con il capocollo della Murgia. Altro matrimonio perfetto è con Pecorino, specie quello dei pascoli della Murgia, dove cresce il lentisco che dà al latte e quindi al formaggio un gusto deciso e speziato. Se ci mettete anche il pane di Monte Sant’Angelo o quello famosissimo di Altamura a mollica gialla, ecco pronta una merenda paradisiaca.