Picolit, piaceri friulani

Articolo 17 maggio 2010

Dai colli delle province di Udine e di Gorizia, tra Torre Rosazza e l’Isonzo, una delle produzioni più pregiate della Regione

XVIII secolo, prove di marketing

Fino alla metà del 700 il Picolitt era un vino sconosciuto, se si esclude una citazione del 1682 sulla consegna di un caratello di “vino picolit dolce”. Giacomo Perusini e suo figlio Gaetano hanno il merito di aver recuperato all’epoca, nei loro vigneti di Rocca Bernarda, questo grande vitigno. Da qui si diffuse su tutti i colli delle province di Udine e di Gorizia, tra Torre Rosazza e l’Isonzo. In questo ambiente, ancora oggi il Picolit trova il suo habitat di elezione. L’optimum della produzione dal punto di vista della qualità è rappresentato dalle colline di Rosazzo, Buttrio, Ipplis, Corno di Rosazzo, Cialla, Savorgnano al Torre e Nimis, tutti posti nella doc Colli Orientali. La notorietà del Picolit spetta tuttavia al conte Fabio Asquini, che scrisse fin dal 1700, col suo Picolit, una delle pagine più interessanti di “marketing moderno”. Si era fatto fare a Murano una bottiglia esclusiva ed aveva disegnato una sua etichetta. Di Picolit ne produceva di due tipi: uno “più spiritoso e meno abboccato” definito anche “più sciolto” per i mercati della Francia e dell’Inghilterra ed uno “più dolce e più abboccato” per i tedeschi. Ne fornì in varie riprese alla Corte di Francia, al Re di Sardegna e all’Imperatore d’Austria, che lo dichiarò “migliore di ogni altro vino al mondo”.


 
Grappolo di uva picolit
Grappolo di uva picolit

Pochi acini per mille sensazioni

Il Picolit fa del suo limite, un pregio: la natura infatti l’ha menomato con l’aborto floreale, il che significa che molti fiori non riescono a venir fecondati. Ne deriva un grappolo spargolo, a volte composto da pochi acini soltanto e quindi rese per pianta e per ettaro bassissime, che si fanno ancor più limitate dalle tecniche adottate per la vinificazione. Infatti l’enologia moderna ha mutuato e recuperato in pieno le tradizioni di produzione: esposizioni dei vigneti molto calde; raccolta delle uve tardiva e quindi appassimento delle stesse sui graticci fino ad ottenere un mosto molto concentrato, che poi viene fatto lungamente fermentare nelle botticelle di legno. Il Picolit ha il fascino della donna la cui bellezza è fatta di mille seducenti tentazioni: più la osservi e più te ne innamori. Si veste di un colore, che, secondo l’epoca di vendemmia, di appassimento, di maturazione e di annata, va dall’oro giovane a quello antico, fino ad assumere toni ambrati. Il profumo è avvolgente e conquista per le sue nuance di miele d’acacia, dove poi si colgono sfumature e pennellate di crema pasticcera, pesca ed albicocca mature per tornare ai fiori. Pur essendo dolce, non appesantisce il palato, bensì lo riempie di lunghe sensazioni aromatiche.


 
Torta casereccia al Picolit
Torta casereccia al Picolit

E ora a tavola, citando Veronelli

“Le sue qualità lo rendono in Italia, ciò che per la Francia è lo Chateau d’Yquem”. È Luigi Veronelli che lo scrive, nel 1959. Emoziona sia se bevuto da solo, conversando, che gustato – qui si fa inarrivabile - sui tartufi di mare e sulle ostriche. Stupendo sul foie gras, appena scottato col Picolit stesso, oppure sui formaggi potenti, Gorgonzola su tutti. Non disdegnatelo sul dessert, in particolare sulla Gubana, nella versione di Cividale e in quella di Gorizia. La più singolare e simpatica interpretazione sulle capacità seduttive di questo vino è contenuta in un detto sbocciato, forse, da quell’inesauribile sorgente che è l’arguzia del popolo: “Non offritelo a una signora o a una signorina - precisa la raccomandazione rivolta ai buongustai un po’ avanti in età - perchè potreste correre il rischio di sentirvi dire di sì.”

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