I tradizionali Agnolotti al Plin
Diano Doc e Alba Doc, rossi a tuttopasto
Pochi chilometri a nordest c’è il microcosmo di Diano, dove il Dolcetto, spesso chiamato soltanto Diano Doc, svela robustezza, corpo e struttura, che lo rendono capace di resistere al tempo. Qui il vino si esalta con le carni rosse, in particolare con lo scamone di vitello. A un tiro di schioppo da Diabo, Alba regala il suo nome al Dolcetto più conosciuto e diffuso. I caratteri dominanti del vino stanno nell’armonia e nell’equilibrio che si crea tra il colore purpureo, la composta vinosità del suo bouquet e il carattere pieno del suo sapore. Il Dolcetto d’Alba Doc è vino a tutto pasto, ma trova predilezione con gli agnolotti del “plin” conditi con sugo scuro d’arrosto e salvia.
Dopo la raccolta (Eirikso, C. Commons 2.0)
Asti, Alessandria e Ovada, regine del Monferrato
Dalla capitale delle Langhe ad Asti, fulcro del Monferrato, il salto è breve, ma il Dolcetto d’Asti Doc è altra cosa. Gioca nel bicchiere con riflessi violetti, andando al naso con le sue note fruttate di bacche e ciliegie, mandorle amare e spezie. Prediletto da Napoleone nelle sue campagne d’Italia, va provato con la classica finanziera piemontese. Si passa ora in provincia di Alessandria con il Dolcetto d’Acqui Doc. Declinato in vari modi, questo vino lo amo quando si fa apprezzare con il suo colore rubino scuro, con il suo corpo secco e austero, il suo sapore tondo, da cui sfuggono note di liquirizia. Il piatto preferito è l’insalata monferrina di cappone ruspante. In ultimo, il Dolcetto d’Ovada Doc, che sfoggia potenza e struttura, dovute alle speciali condizioni del clima quasi marittimo. Questo vino, grazie all’enfasi fruttata e alla sua rotondità, accetta un discreto invecchiamento. Vino austero, carico di nerbo e stoffa, eccelle sullo stinco di vitello al forno.