Le scogliere di Dover sulla Manica /©F.Ardito
Per andare da Roma ad Aosta
bastano cinquanta minuti di volo. E un’ora in più, tra bibite e giornali, è sufficiente per raggiungere l’Inghilterra di Canterbury. Un viaggio da weekend insomma, per chi ha la fortuna di vivere in un’epoca in cui la “lunghezza” dei chilometri sembra aver perso il suo significato. Dieci secoli fa andare a Roma dalla Britannia era una storia differente. Fatta di preparativi e speranze, di lunghe giornate soleggiate e di tristi giorni sotto la pioggia, di ponti pericolosi e di foreste inquietanti. Eppure, così come era stato all’epoca dell’impero romano, le persone viaggiavano senza sosta, da un capo all’altro dell’Europa. E la fede spingeva migliaia di persone verso le grandi mete della cristianità medievale: Santiago, Roma e Gerusalemme. La via Francigena, che altro non era che una direzione e una consuetudine (non certo una strada unitaria vera e propria) nacque in questi anni. Anche se per noi il nome della Via è oggi strettamente legato alla figura di Sigerico, il vescovo inglese che ci ha lasciato una descrizione precisa, tappa per tappa, della strada percorsa da San Pietro a Canterbury.
Paesaggio toscano /©F.Ardito
La strada del passato
Non è facile immaginare la vita quotidiana dei pellegrini dell’anno Mille. Prima di partire si raccomandava l’anima a Dio e, una volta tornati a casa, si pensava per sempre al pellegrinaggio portato a termine come a uno dei fatti salienti della vita. Il paesaggio che gli uomini dell’epoca attraversavano era ben diverso da come ci appare oggi: dove i colli disegnano un orizzonte aperto si marciava nelle foreste, e dove le risaie rivestono la pianura si camminava a fatica nelle paludi. Eppure la spinta a mettersi in viaggio doveva essere forte e irresistibile. I paesi che sorgevano lungo la Francigena crebbero in dimensioni e ricchezza, grazie al passaggio dei romei e ai traffici commerciali che si muovevano sul percorso. Le cittadine divennero città e lungo la Via nacquero pievi e furono costruiti ospitali e conventi che in alcuni casi, come ad Altopascio, divennero talmente importanti da essere conosciuti in tutto il mondo di allora. Ma il mondo poco alla volta cambiò: nel 1291 gli eserciti e i vescovi cristiani abbandonarono la Terrasanta, le grandi pestilenze della metà del XIV secolo bloccarono i viandanti, e la fioritura economica del Rinascimento determinò una trasformazione radicale della viabilità. Alla via descritta da Sigerico si sostituirono collegamenti diretti tra le città più ricche dell’epoca, come Firenze e Bologna. Lentamente, così come si era andata strutturando secoli prima, la strada di Sigerico cessò di esistere come struttura unitaria. Lasciò però ben visibili sul terreno le sue tracce, le sue suggestioni, e soprattutto una grande parte della sua anima.
Colle del Gran San Bernardo /©F.Ardito
La rinascita della Francigena
Negli anni ’80 e ’90, tra i Pirenei e la costa atlantica della Spagna, gli storici, insieme ad appassionati camminatori e parroci testardi, riuscirono nell’impresa di riportare migliaia di persone a calcare a piedi le antiche pietre del Cammino di Santiago. Per la Francigena si è dovuto attendere qualche anno in più: solo alla fine degli anni ’90 in Italia si iniziò a ragionare sulla possibilità di percorrere a piedi, come nel passato, la grande strada medievale descritta da Sigerico. Poco alla volta, grazie al contributo di molti volontari, si è delineato un possibile percorso attraverso città, campagne e monti, e nel 2001 è nata l’Associazione Italiana dei Comuni della Via Francigena, divenuta nel 2006 l’Associazione Europea delle Vie Francigene. Un coordinamento che ha lo scopo di collegare tra loro i tantissimi enti pubblici interessati dal passaggio nel loro territorio della via romea.
Verso San Gimignano /©F.Ardito
Ma a che punto è la strada vera e propria?
Mentre il numero di pellegrini che la percorrono a piedi aumenta, lo Stato ha delegato il Ministero per i Beni e le Attività culturali a promuovere lo sviluppo moderno dell’antica strada. A tratti, le tappe di Sigerico sono segnalate da tabelle ufficiali o dai segni tracciati da volontari locali e associazioni (tra cui il Cai); in altri luoghi la Francigena sembra sparire, abbandonando gli attoniti camminatori di fronte a grovigli di svincoli, recinzioni e autostrade. Chi sceglie di intraprendere il cammino del Gran San Bernardo a Roma deve tenere presente che è necessario possedere alcune caratteristiche e qualità. Un pizzico di follia, innanzitutto, assolutamente necessaria per decidere di camminare per più di trenta giorni attraverso la nostra bella ma anche deturpata Italia. E poi tenacia e perseveranza, poiché senza queste virtù è difficile sopportare gli errori di percorso, le difficoltà di un territorio ormai pensato e strutturato solo a uso degli automobilisti, la fatica della grande pianura e delle salite appenniniche. Ma soprattutto serve un po’ di amore per la Via, inteso non come dedizione a uno specifico percorso, ma come affetto per una direttrice geografica carica di storia come nessun’altra al mondo. Che può dare la capacità di apprezzare anche i momenti apparentemente meno piacevoli.