Monte Tavurno, nel Beneventano
L’Ager Campanus
Nel periodo romano indicava originariamente il territorio della città di Capua, si estendeva a sud fino ai Campi Flegrei, ad est lambiva le pendici del Vesuvio, a nord era cinto dalla catena appenninica con l’antico vulcano spento di Roccamonfina, ad ovest si apriva sul mar Tirreno includendo la fertile pianura del fiume Volturno. Nell’antichità questo territorio veniva denominato anche Campania felix, dove felix stava per l’opulenza e produttività della regione, dovuta ai fertili terreni vulcanici che già gli antichi Romani conoscevano e che tuttora ben si addicono alla viticoltura.
Nel segno della tradizione italiana
La Campania è stata uno dei primi e più importanti “centri” di insediamento, di coltivazione e di diffusione della vite e del vino nel mondo antico. Non a caso i migliori vini dell’epopea romana, come il Falerno, il Greco, il Faustiniano, il Caleno erano prodotti in questa regione. Oggi gli eredi di questo patrimonio millenario sono l’Aglianico, il Fiano, il Greco, la Falanghina, il Per’ e palummo, l’Asprinio, la Biancolella, la Coda di volpe, la Forastera. È questo il patrimonio che rappresenta la vera ricchezza della viticoltura campana, che, grazie all’intervento delle istituzioni e alla sensibilità dei produttori si è fatta custode e valorizzatrice della tradizione vitivinicola italiana, esposta, soprattutto negli anni passati, al rischio di una ingiustificata esterofilia.
Un grappolo di Falanghina
Qualità e vitigni autoctoni
La recente affermazione sul mercato dei vini campani è senza dubbio legata all’orientamento dei produttori di puntare sulla qualità e di privilegiare i vitigni autoctoni. Tale scelta è stata favorita e incentivata da una profonda e coordinata azione svolta dall’Amministrazione Regionale, finalizzata a ridisegnare la piattaforma enografica campana e a qualificare le produzioni enologiche tradizionali. Infatti, dopo una fase caratterizzata dalla invasione di vitigni di provenienza internazionale, i produttori sono tornati a valorizzare e recuperare le varietà autoctone, dalle più note alle “minori. I vitigni autoctoni, come l’Aglianico, il Piedirosso, lo Sciascinoso, il Pallagrello, tra i rossi; il Fiano, il Greco, la Falanghina, l’Asprinio, la Coda di Volpe, il Biancolella, il Bombino e la Malvasia bianca tra i bianchi, prevalgono oggi nelle vigne campane e rappresentano le basi su cui si va edificando il futuro enologico della regione.