Mantova cc_by korom
“Bella figlia dell'amore, schiavo son dei vezzi tuoi; con un detto sol tu puoi le mie pene consolar.” Così canta il duca di Mantova nel terzo atto del Rigoletto verdiano. La trama dell'opera evidenzia la percezione che l'agiografia ottocentesca aveva creato delle corti rinascimentali e in particolare di quella dei Gonzaga, eccellente per cultura ma anche per delizie. La città, d'altra parte, è di una bellezza che induce al romantico, con il Mincio che indugia tutt'intorno, slargandosi nei tre laghi che i due ponti dei Molini e di S. Giorgio separano. Nel tessuto urbano, tranquille strade, dense tonalità, un'uniformante patina neoclassica, da cui tuttavia si staccano incisivi i monumenti del medioevo e, oltre, del rinascimento. È, come si sa, l'antica `capitale' di un ducato durato quasi quattro secoli, uno di quei luoghi italiani in cui godiamo dei segni del lontano congiungersi di cultura e potere, arte, mecenatismo, splendore, genio, morbido decadere. I laghi hanno tenuto a distanza gli insediamenti industriali; il legame preminente della città è quello con la terra di una tra le zone agricole più salde d'Europa